Scipione (Gino Bonichi)

Macerata 1904 – Arco 1933

Gino Bonichi noto, per suo stesso volere, come Scipione, sceglie un tale appellativo per chiarire la fondatezza della propria ispirazione romana tra sacro e profano, tra Barocco e Novecento. Maceratese di nascita, vive a Roma.
Uomo dalla personalità forte e travagliata, assolutamente spirituale ma al contempo profondamente carnale, vive una vita d’eccesso che lo spinge continuamente dall’inferno della carne al più accorato pentimento. Persino il suo fisico incarna la contraddizione, nonostante la tubercolosi, contratta a 15 anni durante una gara sportiva, rimane sino alla fine un uomo alto, corpulento e voluttuoso.
La sua produzione è limitata ad una ottantina di oli e 306 disegni da una morte prematura.
Nei primi anni Venti, espulso dell’Accademia di Belle Arti di Roma, dà vita, insieme all’amico Mario Mafai e ad Antonietta Raphaël e poi a Marino Mazzacurati, a quella che Roberto Longhi definì “Scuola di via Cavour”, (dove abitavano Mafai e la Raphaël) poi ribattezzata Scuola Romana, del gruppo facevano parte anche poeti e critici come Ungaretti. In realtà, più che di una scuola vera e propria, si trattava di una consonanza nella ricerca di un’arte diversa rispetto all’asfittico classicismo dell’Accademia e al formalismo dei novecentisti. Tra Scipione e Mafai c’è un sodalizio artistico molto forte nei primi anni, i due pittori rivolgono lo sguardo al grande passato artistico italiano e non, da El Greco a Masaccio, al Barocco romano, ma forti suggestioni vengono loro anche dalla pittura contemporanea di Matisse, Derain, Cézanne e dalla metafisica di De Chirico, nonché dall’arte lirica ed emotiva di Soutin e da Chagall, conosciuti grazie alla Raphaël.
Fondamentale per Scipione è la scultura di Arturo Martini, riflessa nei nudi dei disegni, e la poesia di Rimbaud, di Mallarmé e poi di Ungaretti e Góngora.
Dal 1926 iniziano i lunghi ricoveri in sanatorio, periodi in cui si alternano momenti di lavoro febbrile a stati di profonda apatia.
Nel 1927 espone per la prima volta da Bragaglia, tra il 1929 e il 1930 partecipa ad importanti esposizioni romane e nel 1930 alla Biennale di Venezia.
Nel 1931 espone alla Quadriennale di Roma e fonda con Mazzacurati la rivista «Fronte».
La sua pittura conosce un certo rilievo a livello nazionale ma anche internazionale, espone infatti negli Stati Uniti e poi a Parigi, e suscita un influsso fondamentale sui giovani artisti romani quali Cagli, Fazzini, Capogrossi, Cavalli ma anche su Guttuso.
Per comprendere l’opera di Scipione non si può prescindere dall’Apocalisse di San Giovanni, un testo su cui medita costantemente, ne affronta la lettura in modo disorganico, ricercando segni e simboli in cui leggere la propria salvezza o la propria condanna, l’Apocalisse, per lui non è solo un testo religioso, ma un messaggio d’amore, una rivelazione profetica.
La sua pittura è fantastica, grottesca, ricca di simboli, guarda alla deformazione e al contrasto. Le sue nature morte sono dei ricordi, dei brandelli di un passato da cancellare o da far rivivere, svelato e nascosto dal potere magico degli oggetti che fissano sensazioni ed emozioni nel colore.
La pennellata espressiva, l’abolizione della profondità prospettica e, nella maggior parte dei casi, dello sfondo, conferiscono grandissima intensità ai soggetti.
Nella pittura e nella poesia Scipione proietta tutto sé stesso, l’amore, la morte, il peccato, la salvezza, la magia.
Dalla fine del 1931 la malattia gli impedisce di dipingere e tutta la sua produzione si esprime nel disegno sempre più urgente e semplificato.
Muore nel 1933 ad Arco, nel 1935 la Quadriennale romana gli dedica una retrospettiva, cui partecipano i giovani artisti con cui prosegue la vita della Scuola Romana.